venerdì, 22 giugno 2012

m e d j u g o r j e

Medjugorje. Molto piu del nome di un villaggio croato. Già: credo che in un modo o in un altro un po' tutti (o quasi) abbiano sentito questo nome. Non è certo intenzione mia e/o di questo Sito voler fornire una descrizione dettagliata di una vicenda delicata e complessa (ma complessivamente meravigliosa!) come è quella delle apparizioni mariane di Medjugorje. Invece si vuol semplicemente dare una notizia: fonti molto certe -provenienti direttamente da Medjugorje, ovviamente- riferiscono che questa sera il veggente Ivan Dragicevic avrà una apparizione "straordinaria" (nel senso che sarà reso pubblico il contenuto di quanto la Madonna vorrà comunicargli)  della Vergine Santa. Come è noto, almeno a chi segue la vicenda oramai ultratrentennale delle vicende medjugorjane, Ivan è uno dei sei veggenti del piccolo villaggio croato -situato però in territorio della Bosnia-Erzegovina- dove appare la Madonna dal 24 giugno del 1981.

Nello specifico Ivan, coniugato con prole -tre figli maschi- ed oggi 47 enne(ne aveva sedici in quel giugno dell'81) è uno dei tre veggenti che ha ancora le apparizioni quotidiane (lo so: difficile comprendere razionalmente tale fenomeno. Ma è così) della Vergine Maria. E fu proprio la Gospa ad ispirargli la formazione di un Gruppo di Preghiera (denominato "Regina della Pace", tuttora esistente. Per saperne di più: http://medjugorje.altervista.org/doc/ivan//16-storia-del-gruppo-di-preghiera-di-Ivan.php).  In merito ai dieci segreti Ivan ne conosce solo nove (al pari delle altre due veggenti - Vicka e Marja-  che hanno ancora apparizioni quotidiane) mentre Mirjana, Ivanka e Jakov -che hanno solo apparizioni periodiche- conoscono tutti e dieci i segreti.

Ad ogni modo per chi si "affacciasse" per la prima volta a Medjugorje consiglio di non affannarsi a cercare notizie (soprattutto su internet ne circolano di non veritiere o addirittura calunniose ed in malafede) e mi sento di dare un semplice consiglio: l'ascolto dell'emittente radiofonica Radio Maria (che è uno dei frutti piu belli di Medjugorje) e, per chi può, la lettura dei numerosi libri dedicati all'argomento da Padre Livio Fanzaga. Per entrambe le cose, pertanto, suggerisco la visita del Sito di Radio Maria dove è anche possibile l'ascolto in streaming delle trasmissioni:medjugorje, stasera 22 giugno apparizione straordinaria, veggente ivan, ivan dragicevic, i sei veggenti, gruppo di preghiera di ivan, i dieci segreti, medjugorje, medjugorje-breve storia, gospa, regina della pace, regina pacis, radio maria, www.radiomaria.it, sito "piangereste di gioia", bosnia erzegovina, 24 giugno 1981, 22 giugno 2012www.radiomaria.it

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venerdì, 27 aprile 2012

MEDJUGORJE - MESSAGGIO DEL 25 APRILE 2012

Cari figli! Anche oggi vi invito alla preghiera e ad aprire il vostro cuore verso Dio, figlioli, come un fiore verso il calore del sole. Io sono con voi e intercedo per tutti voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”


 

http://piangerestedigioia.myblog.it/

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lunedì, 26 marzo 2012

la cultura della vita vs/ la cultura della morte

MONS. LUIGI NEGRINon ricordo di aver mai letto o ascoltato Monsignor Luigi Negri e d'aver riscontrato qualcosa di errato o, peggio, non in linea col magistero. Anzi: i suoi interventi sono sempre edificanti, acuti ed utili. Ripropongo ai lettori di questo Sito proprio un intervento di Mons. Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro (che Diocesi fortunata ad aver un Pastore simile!) che è apparso oggi su "La Bussola Quotidiana" che, giorno dopo giorno, diventa sempre piu un riferimento per i tanti cattolici del nostro Paese che, scriteriatamente, corre verso la scristianizzazione e la apostasia.

Io credo, e dico, che un grosso argine a tale triste fatto è costituito proprio da "La Bussola", da "Radio Maria", e in scala minore (rispetto al numero di persone raggiunte) da "Fede&Cultura", da Radio BuonConsiglio e dal mensile "La Via" di Don Gerlando Lentini, zelante ed ottimo Sacerdote. E ringraziamo Dio di questi "doni".

Ecco, dunque, l'articolo odierno di Mons. Negri:

Le preoccupazioni che muovono questo mio intervento non sono - come si vedrà - polemiche nei confronti di nessuno. Voglio cercare di leggere una situazione che mostra gravi elementi di preoccupazione che stanno avanti a noi; e con “noi” intendo il popolo cristiano nella sua identità, nel suo bisogno di essere educato a raggiungere una coscienza critica e sistematica della sua fede, e quindi in forza di questa cultura affrontare e giudicare serenamente ma oggettivamente tutti i problemi che la vita ci pone di fronte.

Ogni giorno noi – dico noi perché per me è così – combattiamo questo terribile confronto tra la cultura della vita e la cultura della morte. Il beato Giovanni Paolo II parlava di una vera e propria battaglia escatologica. Siamo assaliti da ogni parte da una concezione della vita – o per meglio dire, della persona umana - come di un individuo proteso a realizzare il massimo di benessere con tutto, compresi i rapporti, che sono tutti funzionali alla realizzazione del proprio benessere. E tali rapporti durano in quanto e fin tanto che questo benessere viene assicurato, e durano quali che siano questi rapporti che consentono il benessere.

Di fronte a questa cultura della morte sta la cultura della vita. La cultura della vita non è un’ideologia né di tipo religioso né di tipo etico o familiaristico. La battaglia per la cultura della vita è l’esistenza di un popolo che vive intensamente la propria identità umana nel cristianesimo. E vivendo questa identità umana offre la sua esperienza di vita come un grande annunzio, una grande possibilità offerta a tutti gli uomini, di uscire da quello che un grande filosofo tedesco definiva “il sentiero polveroso del nulla”. Uscire da questo e cominciare a camminare sul sentiero che porta alla vita, quella vita piena di cui il Signore è stato portatore, e che ha in qualche modo identificato la pienezza storica della sua missione: «Sono venuto perché abbiano la vita, e la abbiano piena».

In questo contesto la tentazione di considerare la famiglia cristiana come un’opzione particolarissima, un’opzione che nessuno metterebbe in discussione, un’opzione del tutto particolare che non ha nessuna ampiezza umana e culturale, che non ha nessuna capacità di giocare un ruolo nel dialogo con questo mondo, questa riduzione del cristianesimo a un’opzione particolare costituisce un vero tradimento dell’identità cristiana e della sua missione nel mondo.

Così anziché battere la strada ampia e solenne, straordinaria – regale, avrebbero detto i nostri padri -, anziché battere la strada regale della missione, della condizione della vita dei nostri fratelli uomini, della proposta a loro di una umanità più autentica, più decisamente vissuta, corriamo dietro alle infrastrutture o alle particolarità - alle molte particolarità in cui si flette questo individualismo consumista e materialista - cercando di trovare valori che non si possono trovare perché nessuno li professa come tali.

L’omosessualità e l’eterosessualità non stanno una di fronte all’altra come due possibili opzioni con alcuni vantaggi e alcuni svantaggi; non stanno di fronte come se fosse necessario per tutti, e quindi anche per i cristiani, armarsi di intelligenza e di capacità di penetrazione per salvaguardare alcuni valori delle unioni gay. Ad esempio l’amicizia: si fa un discorso sull’amicizia tra due partner dello stesso sesso, senza rendersi conto che questa espressione – amicizia – copre un aspetto certamente molto particolare che non è quello che viene in mente a chi professa la sua omosessualità o a chi considera in un mondo come il nostro l’esperienza della omosessualità.

L’esperienza omosessuale considerata in qualche modo come una eguale esperienza di famiglia è assolutamente insostenibile, perché l’esperienza dell'omosessualità – come a certi livelli l’esperienza di una eterosessualità disordinata e immotivata – è un aspetto del degrado mondano che sta praticamente archiviando i rapporti che nascono da una gratuità vissuta, da una corresponsabilità in ordine alla gestione delle grandi questioni della vita, di fronte alla paternità o alla maternità come responsabilità inderogabile di fronte a Dio e di fronte alla storia.

Invece di incrementare la coscienza della situazione di questo mondo così ammalato di individualismo e di consumismo e di proporre come alternativa viva un modo d’essere affezionati, uomo e donna, nel grande orizzonte di una vera idealità umana e cristiana, di una vera esperienza di un compimento l’uno nell’altro, di una dimensione di gratuità che è la stessa dimensione dell’esistenza di Dio, andiamo alla ricerca in modo sostanzialmente molto artificioso di aspetti di positività in esperienze che il buon senso comune - ancor prima della retta ragione - ha considerato non certo deprecabili e condannabili, ma sicuramente come esperienze non autenticamente umane.

A chi nel mondo cattolico ed ecclesiastico poco o tanto sostiene questa posizione, chiedo: perché abbandonare la strada della evangelizzazione, fatta come offerta della vita cristiana, come novità della vita di Cristo partecipata da coloro che vivono la comunione ecclesiale e vi partecipano con tutta la loro libertà? Anziché questa che è la strada maestra della vita cristiana, della presenza della Chiesa nel mondo, perché correre dietro situazioni tutto sommato particolari che finiscono per avere anche per questo nostro interessamento, più importanza  esistenziale e storica di quanto non ne abbiano obiettivamente?

Forse varrebbe la pena di rileggere quelle lucidissime pagine di Jacques Maritain – che non era certo un filosofo integralista - che ne “Il Contadino della Garonna” metteva in guardia la Chiesa, ma innanzitutto l’ecclesiasticità, da una operazione che considerava suicida: l’inginocchiarsi di fronte al mondo. La Chiesa tradisce se stessa - ma tradisce anche l’uomo - quando invece di svolgere tutta la forza della sua responsabilità missionaria, che è responsabilità ad un tempo culturale e caritativa, si riduce a discettare di problemi psicologici, affettivi, sessuali, stralciati dal contesto della vita vera e attiva e ridotti a espressioni di presupposti che non hanno molte volte nessun fondamento reale e quindi sostanzialmente diventano una posizione ideologica.

Giovanni Paolo II ci ha insegnato dalla Redemptor Hominis in poi che la Chiesa non deve avere alcuna preoccupazione di dialogo con le formulazioni ideologiche o socio-politiche, ma deve avere come preoccupazione quella evangelizzazione ed educazione del popolo cristiano che si attua poi come missione, perché la missione è l’autorealizzazione della Chiesa. E in questo compito di autorealizzazione incontra i problemi reali degli uomini, anche le difficoltà, anche gli aspetti di assoluta particolarità, ma che assume non con la presunzione della neutralità scientifica o filosofica o sociologica, li assume come parte viva di una condivisione dentro la quale si possono legittimamente indicare vie di una possibile soluzione esistenziale e sociale di tali problemi.

Invece di inseguire psicologismi dobbiamo preoccuparci di rafforzare l’Identità della fede così come è stata tematizzata da quel Catechismo della Chiesa cattolica che papa Benedetto XVI ha posto come strumento fondamentale dell’Anno della fede. L’anno che abbiamo davanti non è l’anno della rincorsa alle problematiche particolari, specifiche, qualche volta patologiche. L’anno che abbiamo davanti è l’anno della fede, che se si approfondisce incontra tutto e sa dare un contributo positivo alla soluzione di tutti i problemi.

Mons. Luigi NEGRI - Vescovo di San Marino -Montefeltro

(tratto da "La Bussola Quotidiana" http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-chi-tradisce-la-missione-della-chiesa-4905.htm )

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lunedì, 09 gennaio 2012

Video-intervista a padre Livio Fanzaga Direttore di Radio Maria

www.radiomaria.it

22:52 | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | | OKNOtizie | |  Facebook |  Stampa | | |

lunedì, 23 maggio 2011

o m o f o b i a

Basta CLICCARE ed ascoltare

 

http://www.radiomaria.it/archivio_audio/popup.php?id=4873&browser=0

15:27 | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | | OKNOtizie | |  Facebook |  Stampa | | |

OMOSESSUALITA, UN LIBRO

Avevo già scritto del libro di Luca Di Tolve ("Ero gay", Piemme, pp. 252, euro 15) ed ancora ci tornerò. Ora invece voglio presentare quanto ha scritto Cesare Cavalleri su "Avvenire" del 16 marzo scorso. Cavalleri, fondatore delle Edizioni Ares e direttore del mensile "Studi Cattolici", cura la rubrica settimanale "Leggere, rileggere" sul quotidiano èdito dalla Nei e nell'articolo in questione ha parlato proprio del libro di Luca Di Tolve nelle librerie da un paio di mesi.

Ecco il testo integrale dell'articolo:

Gay: cambiare si può. La testimonianza di Luca

Non ha alcuna importanza che il Luca della canzone presentata da Povia l'anno scorso a Sanremo sia o non sia il Luca Di Tolve che ha scritto il libro Ero gay (Piemme, pp. 252, euro 15): da fonte sicura so che i due si conoscevano già prima di quella canzone e la storia di Di Tolve è sovrapponibile a quella del Luca poviano; ma dopo l'uscita del libro Povia nega coincidenze, e parla di un certo Massimiliano, confermando così il sospetto di calcolata innocenza che da sempre accompagna il comportamento di Povia, compresa la sua partecipazione, in queste settimane, a Ballando con le stelle. Certo bisogna essere forti di stomaco per seguire Luca (Luca Di Tolve, quello della canzone è già dimenticato) nelle abiezioni tipiche di parte del mondo gay, fino alla riappropriazione della propria identità sessuale maschile attraverso un itinerario di sostegno psicologico illuminato dalla grazia della conversione. Quello di Luca è un caso classico di tendenza omosessuale causata dall'assenza di una figura maschile (paterna o sostitutiva) durante l'infanzia e l'adolescenza: è infatti figlio di genitori separati, con un padre assente non solo fisicamente. Dalla sua esperienza impariamo innanzitutto due cose: la responsabilità devastante di quegli psicologi che incoraggiano un ragazzo incerto sulla propria identità sessuale ad accettare senz'altro la propria asserita (dallo psicologo) omosessualità, come soluzione del problema. È proprio per questo genere di consigli che Luca è sprofondato, di gradino in gradino, nell'orrore di un'infelicità che la coazione a ripetere atti omosessuali sempre più distruttivi non riesce a lenire. La testimonianza di Di Tolve ha già incominciato a sollevare le proteste (in primis, quelle di Alessandro Cecchi Paone) di quegli omosessuali che si dicono felici della propria condizione e che etichettano di opportunismo o di plagio quegli omosessuali che percorrono il cammino inverso. Ma serenamente e preventivamente Di Tolve scrive a pagina 120: «Perché se uno da etero passa a gay viene salutato come un eroe e se un omosessuale compie il percorso inverso viene tacciato di falsità e ipocrisia?». Se, come strepitano gli omosessuali militanti, l'omosessualità non è una malattia fisica e neppure mentale, ma una «variante naturale» dell'apprendimento riguardante l'identità, e se la stessa Organizzazione mondiale della sanità stabilisce che in caso di «orientamento sessuale non desiderato, l'individuo può cercare un trattamento per cambiare la propria preferenza sessuale», perché ciò non dovrebbe valere anche nel caso di passare da gay a etero? Il fatto è che l'apparente sicurezza dei militanti nasconde la disperazione che Di Tolve ha riscontrato in tanti amici gay, costretti alla solitudine e all'abbandono, quando non muoiono per Aids o per droga. Ed è stata proprio la morte straziante di un compagno a convincere Luca a ripensare alla propria vita: poi venne la terapia teorizzata da Joseph Nicolosi e, al contempo, la riscoperta della pratica religiosa attraverso Radio Maria e la Madonna di Medjugorje. Adesso Luca è felice con la moglie Terry, e ha fondato il Gruppo Lot (www.gruppolot.it) per aiutare coloro che vogliono ripercorrere la sua strada. Questo libro coraggioso, con una sentita prefazione di monsignor Giovanni d'Ercole, è un'utilissima fonte di conoscenza anche per genitori e educatori, e si basa sull'evidenza che Dio ha creato l'uomo in due sole varianti (fisiche e psichiche): il maschio e la femmina.

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martedì, 17 maggio 2011

Il 50° Anniversario della "MATER ET MAGISTRA"

 
Questa sera, martedì 17 maggio,  su Radio Maria, alle 22,45, nella trasmissione settimanale "La Voce del Magistero" il professore Marco Invernizzi    parlerà del discorso di Benedetto XVI per il 50° della Mater et magistra, l'Enciclica del beato Giovanni XXIII del 1961 sulla dottrina sociale della Chiesa, "parte integrante della fede cattolica".
Ricordo che Radio Maria si può ascoltare anche in streaming collegandosi al sito internet www.radiomaria.it

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